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Eutanasia, intervista di Repubblica Bologna a Franco Grillini

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Intervista a Franco Grillini "Andrò in Svizzera i miei lo sanno già Ma l'Italia si muova a fare la legge"

 

ELEONORA CAPELLI

«Per quanto mi riguarda non ho dubbi. Se la mia malattia peggiorerà al punto di non consentirmi una vita dignitosa, se non sarò più in grado di permettermi l'assistenza di cui ho bisogno, andrò in Svizzera a chiudere in bellezza. Ho già avvisato i miei familiari. E penso che lo Stato dovrebbe fare un passo indietro. Perché, francamente, che la mia morte sia decisa dai partiti del parlamento mi sembra un'assurdità. Anche se so che una legge ci vuole». Franco Grillini non smette mai di lottare. Il presidente onorario di Arcigay, dopo una vita passata in politica, vuole tornare a Montecitorio. Per riproporre oggi, dopo la sentenza della Consulta sul caso Cappato, la sua legge sull'eutanasia.

Grillini, lei pensa che oggi il parlamento sia in grado di trovare una maggioranza su un tema così delicato come il fine vita?

«E chi lo sa, magari ci può riservare delle sorprese, come dice un proverbio inglese: "Il sapore del budino lo conosci solo assaggiandolo". Io però sono convinto che su questo tema ci sia un consenso di massa nella società e che ci sia una discrepanza netta tra opinione pubblica e parlamento. La più radicale che io abbia mai riscontrato».

Davvero crede che ci sia un largo consenso sull'eutanasia?

«Sì, ci sono anche dei sondaggi, ma a parte i numeri basta rispondere a una semplice domanda: chi non ha mai assistito a un'agonia? Io ne ho viste tante, compresa quella della mia mamma. Mi bastano».

La strada di una legge sul tema pare tutta in salita. E' una difficoltà con cui si è scontrato anche lei?

«Non parliamone neppure, quando ho presentato alla Camera una proposta di legge per la disciplina dell'eutanasia e del testamento biologico, dodici anni fa, ho trovato tre soli deputati disposti a firmarla. Tutti gli altri mi rispondevano: guarda, piuttosto ti firmo i matrimoni gay. Era un tema intoccabile, un tabù, come sventolare l'aglio davanti ai vampiri».

Quella proposta di legge oggi rimane attuale?

«Assolutamente sì, è la trasposizione al sistema italiano della legge belga, applicata ogni anno in circa 1.500 casi. Non ci sarebbero i suicidi di massa, solo una scelta di civiltà. La libertà di scelta. Adesso che ci penso, in Transatlantico ci sono dei tavolinetti e io potrei tornare a sedermi lì. Chiacchierando, come facevo all'epoca per cercare firmatari, potrei trovare oggi qualcuno che la presenti.

L'importante è che qualcuno lo faccia».

Perché secondo lei è urgente, al di là del tempo di un anno che la Consulta ha dato al parlamento per legiferare, prima di esprimersi sul caso di Marco Cappato che ha accompagnato Dj Fabo in Svizzera?

«Il problema oggi è che la tecnica e la medicina prolungano la vita delle persone. Io stesso sarei già morto se non avessi adottato un farmaco sperimentale che ha funzionato. Ma parallelamente non c'è risposta alle esigenze economiche o esistenziali delle persone che si trovano in situazioni difficilissime a causa della loro malattia. È ovvio che in un momento in cui la tecnica è così evoluta da prolungare la vita per molti anni, bisogna introdurre la volontà della persona, il suo diritto a morire con dignità.

Restituire alle persone l'ultima parola sulla loro esistenza è un banale elemento di civiltà. Ci sono situazioni in cui rimanere vivi risulta insopportabile».

In questo contesto, perché lei fa riferimento alle condizioni economiche?

«Perché in Italia, se hai bisogno di un'assistenza continua, una badante, per capirsi, te la devi pagare. E non tutti ne hanno i mezzi. Una malattia grave prolungata nel tempo può essere la rovina economica di un'intera famiglia. E questo lo sanno tutti, per esperienza, è una condizione di massa. Invece che sprecare soldi della finanziaria in pratiche assistenzialistiche, bisognerebbe pensare a questa emergenza in un paese che invecchia. Per salvaguardare la vita umana, devi pagare la badante a chi non ne può fare a meno. Non impedire la morte di chi non ce la fa più. È la nostra longevità a interrogarci su questo. Tutti quanti».

Lei però non ha mai dato l'impressione di volersi arrendere. All'ultimo gay pride ha partecipato seduto in risciò, pur di essere alla sfilata. Ai dibattiti politici non è raro vederla in prima fila, anche se con mille sforzi. Come spiega la richiesta di poter morire in pace?

«Io ricordo un vecchio slogan: non bisogna dare più anni alla vita, ma più vita agli anni. Ecco, in tutta sincerità io non disdegno che sia dato qualche anno di più alla mia vita. Ma non credo che arriverò a compierne 85. Ogni essere umano deve poter decidere come concludere con dignità la propria esistenza. Oggi c'è solo ipocrisia».

Perché?

«Perché la spina già si stacca in numerose situazioni, magari con un'iniezione di morfina. È una pratica clandestina, fatta nell'accordo di medici e parenti.

Ma che male c'è a risparmiare a una persona magari un anno di agonia? Non possiamo sfuggire a questa domanda».

 La politica e i diritti Dall'alto: Franco Grillini accompagnato a una recente manifestazione; in una foto d'archivio durante un volantinaggio; a un Gay Pride

Repubblica ed. Bologna

 

CRONACA data: 26/10/2018 - pag: 1